lunedì 2 novembre 2026

L' INVIDIA: QUEL FANTASTICO SPORT NAZIONALE PER CHI NON SA PERDERE..

Siamo onesti, se l'invidia fosse una disciplina olimpica, l'umanità avrebbe già conquistato più medaglie d'oro della Cina e degli Stati Uniti messi insieme. È diventata un vizio così di uso comune che ormai si indossa la mattina insieme alle pantofole. Eppure, parliamoci chiaramente, l’invidia è una gran brutta bestia, e ha anche un pessimo gusto nel vestire. Ma cosa c'è davvero dietro a quel sorrisetto tirato e al classico commento "Eh, ma chissà come ha fatto..."?
L'anatomia del rosicone: una questione di centimetri (mentali). La verità scientifica, o quantomeno la mia, è che l’invidia non parla mai del successo degli altri. Parla, ad alta voce e con un megafono, dell’inadeguatezza personale di chi la prova. Funziona un po' così: qualcuno raggiunge un traguardo, e invece di dire "Cavolo, bravo!", il cervello dell'invidioso va in cortocircuito. Perché quel successo è come uno specchio implacabile. Dimostra, fatti alla mano, un limite personale che l'invidioso semplicemente non ha il coraggio di accettare. È molto più facile sminuire il valore altrui che guardarsi dentro e ammettere: "Forse devo darmi da fare anch'io". Vi confesso una cosa che per molti suonerà come una lingua aliena: io non conosco l'invidia. No, non sono un santo e non ho l'aureola (anche se mi starebbe benissimo). È solo che ho una visione stranamente logica della vita. Quando vedo qualcuno che ce la fa, io mi sento lusingato e stimolato. Il successo altrui è la prova vivente che le cose si possono fare, che i sogni si possono realizzare e che l'impegno paga. C'è una sola, piccolissima clausola contrattuale: le vittorie devono essere pulite. Se hai barato, non hai ottenuto un successo, hai solo comprato un biglietto falso per il palcoscenico. E i bari, si sa, non meritano invidia, ma solo un buon vecchio cartellino rosso e un sorriso in faccia. Esattamente come ho sempre fatto. In conclusione: farsi una vita conviene, quindi, lancio un appello. La prossima volta che sentite quel leggero bruciore di stomaco per il successo del vicino, fate un bel respiro e lasciate stare il fegato, che serve per cose più nobili. Accettare i propri limiti è il primo passo per superarli. E se proprio non riuscite a gioire per gli altri... beh, c'è sempre il jogging. Fa sudare uguale, ma almeno fa bene alla salute. Comunque per chiudere penso che gli invidiosi sono persone a modo loro straordinari: passano la vita a farsi il fegato amaro per i successi degli altri, praticamente un lavoro a tempo pieno ma non retribuito.Personalmente sono arrivato ai tempi supplementari della vita e riconosco di essere stato un uomo fortunato, con una certezza, nel bene e nel male, non cambierei la mia vita con nessun'altra. Ma mi rendo conto che, al giorno d'oggi, essere felici ed essere se stessi e perchè no, anche un pò stronzi, è un peccato imperdonabile. Quindi, cari invidiosi, mettetevi comodi: il mio successo è il vostro fegato amaro, e ho ancora (mi auguro) un sacco di tempo da recuperare.