Ci stanno anestetizzando, e la cosa peggiore è che gli stiamo permettendo di farlo.
Ogni giorno, non appena accendiamo la televisione o apriamo un social network, veniamo travolti da un bollettino di guerra perenne: stragi, attentati, bombe, crisi geopolitiche. Tutto viene ridotto a un gigantesco scacchiere dove a vincere è sempre il cinico incastro di interessi economici e opportunità politiche. In questo scenario, quel vecchio slogan degli anni '70 che diceva "Fate l'amore e non la guerra" non sembra solo datato; sembra una favola estinta, quasi ridicola per il mondo finto-adulto in cui ci muoviamo oggi.
Ma il vero dramma non è solo quello che succede "lì fuori". Il vero dramma è quello che sta succedendo dentro di noi.
Nel rumore di fondo di questo caos, mi guardo intorno e vedo persone che sembrano aver dimenticato l'unica certezza che abbiamo: abbiamo una vita sola. Eppure, la stiamo spendendo a rimpicciolire la nostra anima, diventando cinici, egoisti, impermeabili al dolore altrui per paura di soffrire o per la fretta di arrivare primi.
C'è un dettaglio, apparentemente minimo, che svela questo inganno culturale. È un cambio di parole.
Se ci fate caso, nei discorsi dei nostri nonni, la bussola per orientarsi nel mondo era racchiusa in una formula fissa: "È giusto o è sbagliato?". Era una domanda scomoda, che costringeva a riflettere, a guardarsi dentro, a misurare l'impatto delle proprie azioni su una moralità equa e condivisa. Esisteva il senso della comunità.
Oggi quella frase è stata letteralmente radiata dal vocabolario quotidiano. È stata sostituita da un mantra ben più meschino: Ti conviene o non ti conviene? Eccolo, l'inganno perfetto.
Il "ti conviene" sposta il baricentro dal mondo al proprio ombelico. Non importa se un'azione calpesta qualcuno, se distrugge un legame o se alimenta l'ingiustizia. L'unica domanda ammessa è: cosa ne viene in tasca a me? Questo non è pragmatismo; questa è la morte clinica di ogni speranza collettiva. Se tutto diventa una transazione commerciale, se persino i sentimenti e la solidarietà vengono pesati sulla bilancia del tornaconto personale, abbiamo già perso. Ma è davvero questa la fine della nostra storia?
Io non voglio crederci. E non dovresti crederci nemmeno tu che stai leggendo.
Il cinismo dilagante non è un segno di forza o di furbizia; è solo un'armatura pesante che indossano i codardi per proteggersi dalla paura di restare umani. Ma le armature, per quanto forti, sono fredde e tolgono il respiro. La speranza non è un'attesa passiva che le cose migliorino da sole. La speranza è un atto di ribellione. E la buona notizia è che ribellarsi è incredibilmente semplice, anche se richiede coraggio.
Cominciamo sabotando il sistema linguistico che ci hanno imposto. Smettiamo di chiederci se una cosa "ci conviene". Ricominciamo a chiederci, a voce alta e davanti allo specchio, se è giusta. Torniamo a scegliere la via più lunga e difficile, se è quella che rispetta la nostra dignità e quella degli altri. Ricordiamoci che la vita è un soffio e che non verremo ricordati per quanto avremo accumulato o per quanti calcoli avremo indovinato, ma per quanta umanità saremo stati capaci di lasciare indietro.
Togliamoci l'armatura. Torniamo a rischiare. Torniamo a scegliere il giusto, prima che sia troppo tardi. Qualcuno penserà che Rody si sia rincoglionito, io non lo penso, penso invece che proprio perchè ho commesso molti errori nella mia vita, alcuni anche deleteri, che oggi non rinnego, ma sono stati proprio quei passi falsi a scuotermi, a farmi aprire gli occhi. Anzi, devo la mia ritrovata armonia proprio alle mie cadute riconoscendo il fatto che in passato, spesso, ho recitato un ruolo che non mi apparteneva, ma lo confesso, mi divertiva molto.